La fedina rossa

27 marzo

Passava davanti alla gioielleria, quella gioielleria, tutti i giorni andando a lavorare.

Era esattamente a metà tra la fermata della metro e il Suo ufficio, quei milleduecentoquaranta centimetri quadrati che la multinazionale le aveva assegnato milleseicentoventicinque giorni prima, dimenticandosi poi completamente di Lei.

Ci passava davanti, a quella gioielleria, qualche volta anche il sabato mattina andando a fare la spesa al supermercato.

Non era mai stata particolarmente attratta dalle gioiellerie, men che meno da quella gioielleria.

La vetrinista, ammesso che ce ne fosse mai stata una, o più probabilmente una inesperta commessa tuttofare, disponeva casualmente e caoticamente tutti i preziosi oggetti quasi a voler raggiungere il risultato di renderli invisibili, trasparenti, di non valorizzarne nessuno.

E il risultato lo raggiungeva benissimo.

Lei del resto era molto più interessata al Suo approvvigionamento settimanale di S&D.

Surgelati e Detersivi.

Anche quel giorno era vestita di grigio.

Per la precisione tajer grigio, camicetta bianca, scarpe e borsetta antracite.

Rossetto e smalto per le unghie di un rosa così pallido che erano quasi invisibili.

Lei vestiva solo di grigio e di blu.

Nel suo armadio e nei suoi cassetti gli unici colori contemplati erano il grigio, il blu, il bianco e il nero.

Colore, il nero, che amava poco perché lo considerava troppo acceso, troppo appariscente, troppo vivace, troppo … colorato.

Fu veramente per caso che guardando distrattamente la vetrina della gioielleria il Suo sguardo venne attratto dalla fedina rossa.

Una semplice e liscia fede matrimoniale ma … rossa.

Un rosso vivo, bellissimo.

Entrò immediatamente, senza indugiare, e fu accolta distrattamene e con poca attenzione dalla commessa-vetrinista-probabilmentesignoradellepulizie che stava trafficando dietro il bancone.

Chiese della fedina rossa ma la commessa infastidita le disse che in vetrina non c’era nessuna fedina rossa.

“Ma come?” pensò “è tra quell’orologio pacchiano dalle dimensioni improbabili e quella collana di perle finte che più finte non si può!”.

Con pazienza, con la rassegnazione tipica del suo essere sempre così umilmente e tristemente accondiscente di fronte agli arroganti, spiegò alla commessa dove era collocata la fedina rossa che a Lei piaceva tanto.

La commessa la guardò con fastidio e sufficienza e le spigò sgarbatamente che la fedina non era rossa ma di oro bianco, quindi bianca, al limite color argento.

Poi la ando a prendere dalla vetrina.

“Vede signora” disse svogliatamente “è bianca perché è di oro bianco!”.

“Comunque se le interessa sono centocinquanta euro”.

Rimase di sasso, Lei la vedeva rossa, rossa come un Ferrari rossa, rossa come una Ducati rossa.

Auto e moto, le grandi passioni nascoste della Sua vita.

Non indugiò oltre, prese i soldi dal portafoglio color antracite che teneva nella borsa, pagò quella che ormai era la Sua fedina rossa, salutò educatamente e uscì dalla gioielleria sicura che non ci sarebbe mai più entrata.

Si sbagliava.

Sul momento decise che non sarebbe andata al lavoro, telefonò in ufficio e si prese un giorno di ferie.

Nessuno si sarebbe comunque accorto della Sua assenza e avrebbe sentito la Sua mancanza.

Andò in giro tutto il giorno allegramente per la città, visitando giardini, mostre e musei, con la Sua nuova fedina rossa infilata nell’anulare della mano sinistra.

In fondo una fedina rossa non poteva essere scambiata per una fede nuziale.

 16 settembre

Qualcosa era cambiato.

Anzi tre cose tre.

Alla prima Lei ormai ci aveva fatto l’abitudine.

All’inizio aveva avuto paura, era stata confusa, in certi momenti spaventata, in altri convinta di essere ormai in preda a qualche grave malattia mentale.

Nessuno, ma proprio nessuno, vedeva il colore rosso, quel rosso così bello, della Sua fedina rossa.

Per tutti, ma proprio per tutti, la Sua fedina rossa era bianca, bianca come l’oro bianco, al massimo colore argento.

Subito si era trovata in situazioni molto imbarazzanti, come il giorno dell’acquisto con la commessa in gioielleria.

Poi aveva imparato a sondare, con prudenza e malizia (questa si una nuova arma, una nuova risorsa, a Sua disposizione), quale fosse il colore che amici e conoscenti attribuivano alla Sua fedina rossa.

La risposta era sempre e solo una, bianca, maledettamente bianca, inequivocabilmente bianca.

Non si era rassegnata, ma abituata si.

Del resto Lei sapeva molto bene che i dinosauri, incapaci ad adattarsi a nuove condizioni, si erano inesorabilmente estinti, mentre gli scarafaggi, molto più duttili al cambiamento, godevano di ottima salute.

Meglio uno scarafaggio vivo che un dinosauro morto, anzi, addirittura estinto.

La seconda era stata la perdita di interesse per l’approvvigionamento settimanale di S&D e l’ingresso nei cassetti e nell’armadio di nuovi colori come l’arancione, il giallo, il verde e persino il viola.

Addirittura il nero.

La terza Gianni.

Lo aveva conosciuto in palestra.

Lo aveva notato solo Lei.

Lui non era brutto ma diversamente bello, non noioso ma diversamente simpatico, non antipatico ma diversamente brillante.

Il tipo di uomo che riesce a non occupare lo spazio, a non apparire, a non rendersi visibile.

Avevano iniziato a parlare per caso del più e del meno e alla fine si erano trovati reciprocamente simpatici.

Quella sera, la sera del 16 settembre, Lei si decise e lo invitò a prendere un aperitivo insieme dopo la palestra.

Erano settimane che Lei sperava che lo facesse Lui, ma Lui all’uscita della palestra la salutava sempre educatamente e con un sorriso sincero ma senza … proporre, prospettare, osare un dopo.

Quando Lei lo invitò era un po’ nervosa.

Temeva un rifiuto, magari cortese, ma un “no grazie, mi aspetta a casa mia moglie, devo far fare i compiti ai gemelli e portare il cane a passeggio dopo aver dato da mangiare ai pesci rossi …”.

Invece Lui accetto con entusiasmo e fu una serata bellissima.

Due Campari shakerati con un goccio di Gin a testa aiutarono a rompere il giaccio.

24 novembre

Erano nudi nel letto matrimoniale a casa di Lui.

Non era la prima volta che facevano del sesso e quel pomeriggio, quel sabato pomeriggio, era stato veramente del buon sesso.

Era un po’ di tempo che Lei voleva fargli quella domanda e alla fine si decise, era, aveva stabilito, il moneto giusto.

“Perché non mi hai invito Tu a prendere un aperitivo?”.

“Perché non ti sei fatto avanti prima?”.

Lui la guardò con dolcezza.

E ripose alle domande.

“Perché pensavo che Tu fossi impegnata.”.

“Ed ero invidioso di quell’uomo così innamorato di Te, e con così tanto gusto e fantasia, che aveva avuto l’idea di regalarti quella bellissima fedina rossa.”.

Lei scoppio a ridere e a stento riusci a smettere.

Il giorno dopo entrò per l’ultima volta in quella gioielleria per comprare una fedina rossa uguale alla Sua, solo dal diametro un po’ più grande.

iRoby


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